Fausto Colombo, l’intellettuale gentile

Ci sono persone che non lasciano solo un’opera, lasciano un modo di guardare… e te ne accorgi quando non ci sono più, quando, ripensando ai luoghi e ai tempi dell’incontro, ricordi non solo concetti e appunti presi, ma orizzonti e visioni di senso.

Per me incontrare nel lontano 1998 il Professor Colombo è stato proprio così: scoprire che oltre alla materia e agli strumenti da imparare, era necessario sviluppare un modo di guardare.

Ero studentessa all’Università Cattolica di Milano, al terzo anno del corso di studi in filosofia. Fausto Colombo insegnava sociologia dei mass media: non ricordo solo i programmi, i testi, le definizioni; ricordo soprattutto il modo in cui ci portava a ragionare sulla “cultura sottile”, come la chiamava lui, sui mezzi che ne permettevano la generazione e la diffusione: affascinante e innovativo il suo approccio, attento al senso e alle domande, alla comprensione e alla critica costruttiva. In qualche modo, il mio metodo di lavoro l’ho imparato un po’ anche da lui!

La scomparsa prematura di Fausto Colombo, che ci ha lasciato circa un anno fa, non riguarda soltanto il mondo accademico, ma tutti coloro che, dentro e fuori l’università, hanno imparato a pensare la comunicazione non come superficie, ma come luogo in cui si forma la cultura.

Un intellettuale gentile

All’evento in sua memoria, il 16 gennaio scorso, Piermarco Aroldi lo ha definito così: un intellettuale gentile, capace di cogliere la cura di cui oggi la comunicazione ha bisogno.

La gentilezza, in Colombo, non era una forma di mitezza. Era una postura epistemologica: significava prendere sul serio l’altro, la sua esperienza, il suo punto di vista, come parte integrante del processo di conoscenza. La comunicazione non come campo da dominare, ma come spazio da abitare.

La comunicazione come cultura

Uno dei tratti più riconoscibili del suo lavoro è stato lo sguardo sui media non come semplici canali, ma come produttori di mondi simbolici. Televisione, pubblicità, consumo, cultura popolare: per Colombo non erano territori “minori” rispetto ai grandi temi della sociologia. Erano, al contrario, i luoghi in cui si rendevano visibili le trasformazioni profonde della società. Studiare l’industria culturale significava, per lui, studiare il modo in cui una collettività costruisce immaginari, definisce desideri, normalizza comportamenti, racconta se stessa. In questo senso, la comunicazione non era mai neutra. Era sempre un atto culturale.

La ricerca della verità, senza ingenuità

Colombo non ha mai inseguito l’idea di una verità semplice. Il suo lavoro sulla cultura dei consumi, sulla pubblicità, sulla società mediale è attraversato da una tensione costante: comprendere come i sistemi di comunicazione producano senso, senza cadere né nell’entusiasmo acritico né nella condanna ideologica.

La sua era una posizione esigente:
guardare i media da dentro.
Capirne i linguaggi.
Riconoscerne il potere, ma anche le possibilità.
Perché se i prodotti culturali contribuiscono a modellare la società, allora anche il modo in cui li interpretiamo, li usiamo, li critichiamo diventa una forma di responsabilità collettiva.

Nel suo modo di insegnare, questa visione prendeva una forma concreta. L’aula non era solo il luogo della trasmissione di contenuti, era un laboratorio di lettura del presente. I media diventavano testi da decifrare. La pubblicità, la televisione, le narrazioni popolari diventavano materiali per interrogare il rapporto tra economia, cultura e identità. Non per smascherare, ma per comprendere. E comprendere, in questo approccio, era già un gesto critico.

Ripensando oggi a quegli esami del 1998, mi accorgo che ciò che è rimasto non è una teoria astratta, è un orientamento. L’idea che la comunicazione sia un campo in cui si giocano questioni di senso, di potere, di appartenenza. E che chi studia questi fenomeni, che lo faccia in università, in azienda o nella vita quotidiana, non sia mai solo un osservatore esterno, ma parte del sistema che analizza.

A Fausto Colombo va, oggi, un grazie che non è solo personale.
Per il contributo allo studio dell’industria della comunicazione e dei prodotti culturali.
Per aver legittimato, dentro la ricerca sociologica, lo sguardo sulla cultura popolare come chiave di lettura della società contemporanea.
Per aver mostrato che si può essere rigorosi senza essere rigidi.
Critici senza essere cinici.
Profondi senza essere distanti.

Forse questa è la traccia più preziosa che lascia un intellettuale gentile: non un sistema chiuso di risposte, ma una serie di domande che continuano a generare altre domande e, con esse, altre forme di attenzione al mondo che comunichiamo e che, comunicando, contribuiamo a costruire.

Grazie Proff!!!


Osservatorio Strategico
Appunti su comunicazione, cultura e organizzazione per chi sceglie di osservare prima di agire.

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